
Johnny Bravo vive in un appartamento dell'hotel Chateau Marmont. Tra spettacoli erotici di dubbia eleganza e avventure amorose brevi e disimpegnate , trascorre le giornate in un'apatia ovattata e silenziosamente distruttiva. L'inaspettata permanenza della figlia Cleo impone un cambiamento nel ritmo quotidiano dell'attore. Videogiochi, nuotate, esposizioni al sole e un'incursione alla serata dei Telegatti italiani riempiono le giornate dei due famigliari. L'equilibrio apparente dura fino alla partenza di Cleo per il campeggio. E il ritorno alla vita di Johnny.
Dopo il pernottamento a Tokyo di Lost in Translation, Sofia Coppola sposta l'attenzione su un altro hotel, il famoso Chateau Marmont, residenza alternativa di molte star hollywoodiane. Siamo a Los Angeles, in un posto riconoscibile e leggendario, ma i luoghi del film (stanze, piscine, studi televisivi) sono fondamentalmente ?non luoghi', ambienti senza radici, che, allo stesso tempo, assumono il ruolo di deposito di emozioni forti ma taciute. Le abitudini edoniste del protagonista assicurano l'illusione del successo ma sono così portate all'estremo da trasformare l'eccitazione in indifferenza. Lo sguardo sottile della regista (anche sceneggiatrice del film) ci introduce al personaggio con delicata tenerezza. Non condanna la sua pacata amoralità né giudica l'impacciata ricerca di incontri sessuali; preferisce invece svelare la sostanziale cifra di quei comportamenti, drammaticamente sconsolati e privi di vitalità. Lo stile di ripresa, fatto di lunghi silenzi, inquadrature ferme (dove spesso è uno zoom lentamente graduato ad avvicinarsi al soggetto) e piani-sequenza densi di suggestioni, mettono in luce le contraddizioni esistenziali di Johnny. La regista mostra gli opposti in gioco con un senso dell'ironia seduttivo. L'arrivo discreto della figlia scombina questo piano narrativo e diventa lei la responsabile della riconquista emotiva del padre. È la piccola Cleo il personaggio attivo che ?pattina' con grazia sulla strada sottosopra del genitore.
Il circuito chiuso della scena iniziale, dove una Ferrari corre in moto perpetuo, è la rappresentazione visiva dell'aridità umana dell'attore. La scarsità di parole dei dialoghi bilancia la ruvidità del rombo del motore o del chiasso delle festicciole private, per dire che l'affetto, per manifestarsi, non ha bisogno di fare rumore. Il cinema della Coppola, ancora una volta, predilige l'omissione alle dichiarazioni esplicite e in questa rarefatta rinascita del rapporto tra padre e figlia chiede agli attori una gestualità posatissima ma, al tempo stesso, ricca di microespressioni che svelano l'amarezza interiore. Il trash abbonda (l'Italia televisiva è un paese dal quale scappare di corsa) e si insinua nelle camere d'albergo come nell'intimità delle persone, ma rimane, in questo caso, a coprire il ruolo di comparsa. Come Benicio Del Toro in ascensore o Laura Chiatti a Milano. Figuranti di uno spettacolo che va in scena da ?qualche parte', ovunque e in nessun luogo.

Gli Expendables sono un gruppo di mercenari professionisti dell'artiglieria e del combattimento corpo a corpo, chiamati ad assolvere solo missioni ad alto rischio. In seguito a un blitz su di un cargo di terroristi somali finito in carneficina, il capo della banda, Barney Ross, decide di espellere il tiratore scelto Gunnar a causa del suo temperamento scriteriato e imprevedibile. I ?sacrificabili? rimasti si ritrovano invece amichevolmente da Tool, vecchio membro della squadra passato ai tatuaggi e al ruolo di tramite coi vari mandanti degli incarichi. L'ultimo dei quali chiede a Barney e ai suoi uomini di uccidere il dittatore di un'isola del Centro America in affari con un americano per gestire il traffico della droga.
?The boys are back in town?, urlano i Thin Lizzy sui titoli di coda. E, in effetti, a giudicare dal modo in cui riecheggiano nella testa esplosioni, ossa rotte e guaiti di corpi trucidati, quei ragazzi che negli anni ottanta ?menavano duro? senza complessi di colpa o dilemmi etici, che sapevano maneggiare ogni tipo di arma e uccidere uomini a velocità invereconda senza l'ombra di un pensiero nella testa, sono davvero tornati. Se non altro, è tornato Sylvester Stallone, che dopo aver sepolto personalmente i suoi diretti alter ego (Rocky Balboa e John Rambo), ha deciso di abbandonare l'atteggiamento crepuscolare e reazionario per orientare il suo spirito nostalgico verso il registro più frivolo della moda camp e della cultura pop. Non più, quindi, solo eroi solitari e rabbiosi, ma, in linea con la riscoperta dell'etica del branco da parte di Hollywood, un'intera squadra di mercenari die hard.
Non più solo un'estetica dura e violenta, ma anche cool. Non più solo toni retrospettivi e nostalgici, ma anche goliardici e conviviali. Non più solo magliette sudate e occhiali da sole, ma anche accessori fra il vintage e l'high-tech. Gli Expendables sono la sincresi fra gli anni ottanta e i duemila, fra vecchie e nuove glorie del cinema muscolare o di quella lotta-spettacolo che è il wrestling, riuniti tutti assieme da un pretesto effimero, come in ogni rimpatriata che si rispetti.
La storia che vede questa banda di audaci e massicce macchine da guerra cercare di far saltare in aria un'intera isola del Golfo del Messico per amore della figlia ribelle del dittatore (?Bad Shakespeare?, come commenta il cattivo di Eric Roberts), è infatti il sottilissimo filo rosso con cui Stallone ricuce assieme brandelli del cinema d'azione che fu per farne un patchwork il più possibile in linea con lo spirito della contemporaneità. Non a caso, pone in prima linea se stesso e Jason Statham, due icone tanto coriacee quanto, fino ad ora, opposte nel liberare ironia dal cinema iperbolico. Gli altri, da Jet Li a Dolph Lundgren, da Terry Crews a Randy Couture, restano invece in seconda fila in attesa del loro personale momento di gloria distruttiva, quando cioè Stallone si impegna a dimostrarsi un realizzatore capace di integrare le vecchie coreografie dei corpo a corpo col miglior dispendio di energie digitali. Oppure, come Mickey Rourke, partecipano alla fanfara solo per esprimere la loro identità di guerrieri risorti e il loro talento da Actor's Studio.
In un certo senso, i nuovi eroi di Stallone non vivono più nel mondo reale, sono al di fuori delle leggi del tempo e dello spazio (dalla Birmania di John Rambo si passa infatti all'isola fittizia di Vilena). Riconoscono il passare delle generazioni (Statham è l'unico che riceve sms e che sa maneggiare un apparecchio fotografico come una videocamera), solo perché sanno di non poter invecchiare. E vivono di, e non solo nel, cinema perché è l'unico mezzo che gli consenta ancora di salire su un aereo in corsa o di distruggere un elicottero colpendo al volo una bomba aerea. Le loro missioni non sono né per denaro, né per senso etico della giustizia, ma solo per il pubblico: sono pura esibizione della tenacia dei loro muscoli e della pervicacia del loro agire.
Con I mercenari, Stallone riesce quindi a consacrare le sue ossessioni di sempre (il mito e la forza fisica) dentro ad un nucleo instabile di umorismo ruvido e di violenza convulsa. Incrocia il personaggio con la star, l'eroe con l'attore, e si permette di fissare un incontro-scontro con l'amico Schwarzenegger fra un milione di anni. Se lo fa, è perché sa che i palazzi crollano, i cattivi muoiono, il petrolio brucia, le guerre finiscono e ricominciano, ma loro, gli eroi del cinema, sono immortali.

Dre Parker è un ragazzino di dodici anni cresciuto a Detroit da una madre affettuosa e apprensiva. Lasciata loro malgrado l'America volano insieme alla volta della Cina e di una vita da inventare. Dre prova ad adattarsi ai nuovi compagni e alla diversa cultura ma un gruppo di teppistelli, che praticano il kung fu, non sembra gradire la sua presenza e la sua esoticità. Umiliato e vessato quotidianamente, Dre trova conforto nei sorrisi dolci di Mei Yin, compagna di classe col vizio e il talento del violino. Bersaglio di un ennesimo attacco, viene soccorso e salvato dal signor Han, responsabile della manutenzione del suo condominio. Impressionato dalla performance atletica dell'uomo, Dre ne diventa presto l'allievo prediletto. Nel suo cortile battuto dalla pioggia e dai ricordi, il ragazzino imparerà a disciplinare il carattere e ad affrontare con onore i nemici.
Saga prediletta di Jaden Smith, figlio del fu principe di Bel-Air, The Karate Kid rispolvera la divisa e raccoglie una nuova sfida. Prodotto da mamma Pinkett e da papà Smith, The Karate Kid - La leggenda continua riadatta la versione del 1984 interpretata da Ralph Macchio, realizza il sogno sognato del loro bambino e trapianta la storia originale in Cina, dove il protagonista adolescente vincerà il suo incontro più importante con la vita. In assenza di un padre e in presenza di cattivi allievi di un cattivo maestro, il ragazzino verrà iniziato al kung fu dall'introverso uomo della manutenzione che, come da tradizione taoista, dissimula il proprio valore, accompagnando il kid di Detroit verso la riscossa. Dietro l'aria dimessa e la goffaggine di un operaio si nasconde il corpo atletico, la grazia marziale e il gesto comico di Jackie Chan, la cui presenza è in grado di assicurare in ogni momento lo scarto dalla noia.
Quinto capitolo della serie, il film di Harald Zwart è un trionfo di buoni sentimenti infantili, incarnati dall'indubbio talento di Jaden Smith, angelicato, puro e smorfiosetto ragazzino che affronta con virile insicurezza il colorato protagonismo dei suoi avversari, chiusi nella loro orgogliosa competenza e bramosi di travolgere il bravo ragazzo modesto. Ispirato dalla ragazza della tipologia ?dolce-timida? e da un ?allenatore? che pratica la volontà metodica, Dre Parker troverà dentro di sé le risorse per resistere e reagire. Aumentando il fattore spettacolarità e pigiando con maggior insistenza sul tasto del patetico, Zwart ripropone la retorica del bambino campione, affinandone la tecnica e sostituendo il tormentone ?della cera? con quello ?del giacchetto?.

New York, giorni nostri. In un pub chiassoso che profuma di birra e che ha come massimo divertimento una partita al videogame ?Centripede?, si forma la coppia di Garrett ed Erin: lui è un insoddisfatto produttore musicale, single da appena un giorno, che voleva sfogare la sua tristezza al bar con i suoi due strani migliori amici Box e Dan; lei è una stagista aspirante giornalista alla ricerca disperata di un posto fisso per poter cominciare finalmente una vita indipendente, con grande ritardo nella tabella di marcia proprio perché ha dovuto rinunciare a tutto per l'ennesimo grande amore, rivelatosi poi un enorme buco nell'acqua. Si scontrano, si piacciono e scoprono di avere ancora voglia di amoreggiare, di fare sesso da sogno e di provare tutti quei piacevoli stati d'animo in cui riescono a entrare solo quando stanno l'uno con l'altra. Ma la loro storia dovrebbe essere destinata a durare solo sei mesi, visto che Erin, concluso il suo apprendistato in un quotidiano, deve tornare a San Francisco, a casa della sorella. Al termine di questo lasso di tempo, decisamente innamorati pazzi, decidono di proseguire la loro storia d'amore oltre i limiti geografici. Ma una relazione può sopravvivere da costa a costa, in barba alle lunghe distanze, nonostante l'onnipresenza dei nuovi mezzi di comunicazione, surrogando magari il sesso vero con il sesso telefonico e le conversazioni in un ristorantino con quelle in videochat? Ma soprattutto può essere definita una relazione?
Nella pellicola d'animazione della Disney Robin Hood (1973), curiosamente viene fuori, in un brevissimo dialogo fra Lady Marian in versione volpina e la sua dama di compagnia gallina, una profonda verità sui rapporti a distanza: «La lontananza rafforza l'amore? oppure lo distrugge». Amore a mille? miglia centra in pieno questo messaggio chiedendosi se la voglia di tenerezza, l'illusione di un amore come una gabbia dorata e la mancanza di fisicità possano essere delle buone basi per un love story che, come ogni altra relazione, è già messa a dura prova da tutte quelle infide insicurezze che stanno dietro l'angolo della natura umana di ogni individuo, funestando un rapporto con frustrazioni, pretese, gelosie e dubbi, sullo scorcio di una feroce e moribonda assenza di tempo e di spazio comune.
Da una gradevole (seppur con qualche punto morto) e sboccacciata sceneggiatura di Geoff LaTulippe, che ha scritto la pellicola basandosi sulla vera relazione a distanza dell'amico produttore David Neustadter con la sua fidanzata, si imbastisce una simpatica e divertente commedia sentimentale che ha al timone la regista Nanette Burstein, nome finora legato solo al genere documentaristico (lo si nota nell'uso della digitale per ?documentare? i primi sei mesi di vita della relazione) e che esordisce qui con il suo primo lungometraggio a soggetto, in forte debito con l'umorismo in stile ?Saturday Night Live?. Mentre Drew Barrymore e Justin Long, sentimentalmente legati anche nella realtà, sono i volti di questo amore fra Ovest ed Est, ma anche la rappresentazione delle contraddizioni di un mondo contemporaneo, del suo intimo divario. In America, il film ha fatto parlare di sé per il nudo frontale del protagonista, considerato veramente troppo spinto per una commediola d'amore. Tutta la faccenda si è poi sgonfiata in fase di montaggio, quando le inquadrature incriminate sono state tagliate. Un merito a Christina Applegate nel ruolo di Corinne, antipatica-simpatica sorella di Erin, maniaca della pulizia e madre di una figlia che creerà la frase-tormentone del film: «Maya statua!», vero motore comico del film. Si ride (e tanto) solo nel vederla in campo con tutti i suoi tic e la sua gestualità impacciata. Il film include il cameo della band britannica The Boxer Rebellion.

L'eterna lotta tra Balthazar Blake e Maxim Horvath, stregoni una volta amici e poi rivali a causa (come sempre) di una donna il cui amore li ha divisi, dopo essersi dipanata per secoli tra incantesimi, trappole e prigionie in bambole russe è arrivata al giorno d'oggi a Manhattan, dove Balthazar ha trovato quello che probabilmente è la nuova incarnazione di Merlino. Il grande mago è stato il maestro di entrambi ed è l'unico a poter fermare la strega Morgana, che Horvath mira a liberare dal giogo cui l'ha costretta Balthazar. Certo, la nuova incarnazione di Merlino non è proprio quello che si direbbe un avventuriero, Dave infatti nasconde molto bene (anche a se stesso) i propri poteri e le proprie doti ed è più interessato a vivere una vita normale, magari con una ragazza, che a combattere maghi dal passato. Sarà necessario un lungo percorso di apprendistato presso Balthazar per scoprirsi erede di Merlino.
Come il titolo lascia intuire tutto nasce dall'omonima ballata composta da Wolfgang Goethe, poi diventata poema sinfonico grazie alle musiche di Paul Dukas e infine arrivata al cinema come segmento di Fantasia con protagonista Topolino (seguendo sia la storia di Goethe che le musiche di Dukas). Da questo spunto sempre la Disney ha ora deciso di trarre un lungometraggio, allargando la storia, inventando una mitologia, dei precedenti, altri personaggi e creando una trama in pieno stile disneiano (ovvero il percorso classico di un eroe che si scopre tale tra l'amore per una ragazza e la conquista del proprio ruolo). Non manca, ovviamente, la scena delle scope con uno score musicale che riprende e ricorda molto quello di Dukas.
Lo sforzo fatto purtroppo non nasconde la realtà dei fatti: L'apprendista stregone, è uno spunto allargato a dismisura, una storia slabbrata per quanto è stata tirata per le lunghe, seguendo pedissequamente ogni moda in materia di film d'azione e fantasia senza criterio. Dal montaggio esageratamente frenetico realizzato senza coscienza che impedisce di comprendere le scene più caotiche, fino alla fotografia a colori saturi e contrastati, tutto appare una scelta dettata dalla produzione e non dalla direzione. Non bastasse questo anche le scelte di casting contribuiscono a levare plausibilità al racconto, con la notevole eccezione di Jay Baruchel e Alfred Molina, il resto del cast suona fuori parte, svogliato e mal diretto. Da Nicolas Cage al piccolo ruolo di Monica Bellucci il film è un continuo trionfo del falso, dell'implausibile e del fuori parte.
In un momento in cui il fantasy riempie le sale con saghe (Harry Potter e Le cronache di Narnia) o film singoli (Percy Jackson, Scontro tra Titani, Ember), l'inserimento di un'altra pellicola centrata su una dimensione magica e mitologica nella modernità sembra trovare senso solo nella maniera in cui cerca un'inedita commistione tra la magia tradizionale e la magia moderna, ovvero la tecnologia e la fisica. In L'apprendista stregone gli incantesimi sono per metà frutto di manipolazione della fisica e per metà imponderabile metafisica, perfetta rappresentazione dell'incastro razionale causato dalla crescente presenza nella quotidianità di forze reali che per la loro complessità appaiono inspiegabili all'uomo comune e quindi in tutto e per tutto simili alla magia.

Shrek è ormai felicemente sposato con Fiona, padre amorevole ed impegnato e le sue giornate si ripetono tutte uguali a se stesse. Insoddisfatto ed incastrato in una routine che sente tarpargli le ali, l'orco desidera unicamente poter tornare alla sua vecchia vita, quella in cui era temuto e lasciato in pace. Pane per i denti di Tremotino, che gli propone uno dei suoi terribili accordi: rivivere la sua vecchia vita in cambio di un giorno a caso (ma non tanto) del suo passato. La scelta lo catapulterà in una realtà in cui non è mai nato, dunque non ha mai salvato Fiona e gli orchi sono cacciati proprio da Tremotino il quale, grazie a quei cambiamenti, ha preso il potere del regno.
La storia (produttiva) di Shrek nasceva come una lieta eccezione, un film (l'originale) che nel 2001 fece gridare al miracolo per come, con freschezza, sapeva rivolgersi apertamente ad un pubblico adulto conquistandolo di pancia e di testa e sdoganando di colpo l'animazione con più violenza rispetto alle sottili allusioni della Pixar.
La "formula Shrek" ha da quel punto in poi dettato la linea in casa Dreamworks, trovando conferma con il secondo e il terzo film della serie. Almeno così si pensava. Shrek 4, ovvero Shrek e vissero felici e contenti o ancora Shrek 3D (tutti titoli diversi e a loro modo ufficiali per il medesimo film) le citazioni si fanno, se possibile, ancora più insistite, stantie e fini a se stesse, i personaggi non hanno più una ragione d'essere che vada oltre le battute immediate che possono pronunciare e la trama è equiparabile a quella di un episodio televisivo di una serie sceneggiata senza idee. Un what if... allungato e dilatato, occasione non per raccontare qualcosa che valga la pena di essere narrato (sia una storia, siano dei personaggi o sia, come fu nel primo, un modo di approcciare il cinema animato) ma per infilare battute poco divertenti in un contesto di sicuro successo.
Non rimane più nulla dell'originaria doppia lettura, quella del cartone animato che per emanciparsi faceva letteralmente a pezzi le sue origini (fiabesche) con un linguaggio filmico aggressivo (reso possibile dall'animazione CG), personaggi adulti, una colonna sonora più raffinata della media e una storia in cui il cattivo tradizionale è il buono e i buoni tradizionali vengono privati di tutto quello che li rendeva tali, smascherati proprio dall'orco. In Shrek e vissero felici e contenti l'orco è diventato l'eroe classico, banale e risaputo tanto quanto quelli che aveva demolito nel 2001, addirittura simile all'uomo medio che quando è solo cerca l'amore e quando è sposato desidera la libertà. Shrek era incendiario ed è finito pompiere.
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Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariFreddy Krueger è stato uno dei mostri di punta dell?horror cinematografico degli anni Ottanta e Novanta. Dall?esordio in Nightmare - Dal profondo della notte di Wes Craven alla postilla semi ironica di Freddy vs. Jason, passando attraverso una serie di film spesso non banali, ha rappresentato un?icona dei tempi e un?aggiunta di considerevole impatto al panorama dei mostri di celluloide. Film molto influente, quello di Craven, oltre a generare una serie, ha stimolato epigoni e imitatori di vario genere. Ora arriva un remake, diretto da Samuel Bayer, con la non nascosta intenzione di generare una nuova serie. La storia ricalca, con diverse variazioni, quella originale.
Dean, uno studente, sta avendo strani incubi. Ne ha parlato con uno specialista che ritiene tutto nasca da quello che gli è successo da piccolo. La sua fidanzata Kris lo tranquillizza: in fondo sono solo incubi. Dean però crede che siano reali e, sotto gli occhi increduli di Nancy, sembra tagliarsi la gola da solo. Ma a tagliargliela è l?uomo nero dei suoi incubi, Freddy Krueger. Nancy, amica di Dean, crede di sapere di cosa si tratti, ma i suoi amici non vogliono sentirne parlare. C?è qualcosa di misterioso nel loro passato, qualcosa che non ricordano e che i loro genitori, interrogati, negano. Un altro del gruppo, Jesse, è testimone della truculenta morte di Kris durante un incubo ed è accusato dell?omicidio. Rinchiuso in cella, viene a sua volta macellato da Krueger mentre dorme. Nancy e il suo amico Quentin, gli ultimi rimasti, sanno che devono fare qualcosa se vogliono evitare di essere i prossimi della lista.
Sarebbe onesto giudicare il film per i suoi meriti o demeriti e non in rapporto a un classico del quale ha ?osato? essere il remake. Ma non è facile evitare i confronti. Perciò, meglio dire subito che il film di Bayer è chiaramente inferiore a quello di Craven, ma, preso in se stesso per quello che vale, fornisce un adeguato intrattenimento e qualche piccola qualità spettacolare ce l?ha.
Bayer ha un consistente background nei videoclip musicali: questo è il suo esordio nella regia di un lungometraggio. Si occupa con attenzione della parte visuale, ottenendo risultati accettabili (niente di trascendentale, comunque), ma trascura di curare la direzione degli attori, che sembrano abbandonati a loro stessi e ai loro tic da accademia drammatica. Diversamente dal film di Craven, i giovani protagonisti non sono convincenti, non sono credibili come studenti in difficoltà di fronte a un dramma troppo grande e complesso: la recitazione resta sempre esteriore e approssimativa. L?unico che - pur tra le carenze di approfondimento caratteriale della sceneggiatura - riesce a dare corpo al suo personaggio è Kyle Gallner, già visto in un piccolo ruolo in Jennifer?s Body. L?altro punto debole del film, ma era messo in conto in partenza, è Freddy Krueger. Troppo notevole era stata la caratterizzazione operata da Robert Englund per sperare di eguagliarla. Jackie Earle Haley non ci va neanche vicino, però, dando di Krueger un ritratto generico e banale. Cappellaccio, maglione e artigli sono gli stessi, il resto no.
Resta la forza del concetto di base, che funziona ancora, soprattutto per le nuove generazioni che non hanno visto l?originale. Restano anche un?accettabile gestione della storia e una discreta costruzione della suspense che porta a un finale nel quale finalmente si scatena un po? di quella fantasia morbosa caratteristica della serie. Più che a Bayer, piuttosto impersonale, il film sembra quindi appartenere al produttore Michael Bay, di certo non una garanzia di sottigliezza.

Clyde è a casa con moglie e figlioletta quando due sadici criminali irrompono nell'appartamento e uccidono la donna e la bambina. La causa viene affidata a Nick il quale, vista la fragilità delle prove a carico dei due decide di sfruttare la confessione del più violento che denuncia il complice. In questo modo una condanna a morte diviene certa ma il ?pentito' riceve una pena lieve. Clyde è sconvolto da questa decisione. Dieci anni dopo al momento dell'esecuzione della pena capitale qualcosa va storto e il condannato soffre terribilmente. E' solo l'inizio della vendetta di Clyde il quale, anche dal carcere e sfidando Nick continuerà a colpire.
Giustizia privata è indubbiamente un film ad alto tasso di in-trattenimento. Nel senso che trattiene il pubblico incollato alla poltrona grazie a una triplice strategia. Inizia infatti come un legal thriller con il difficile rapporto tra l'uomo di legge e il cittadino che non riesce a capacitarsi del mancato raggiungimento di una giustizia piena. Prosegue poi, suscitando attese sulle possibili varianti, come un ennesimo capitolo dei ?Giustizieri della notte? con Clyde di nuovo a confronto con il suo trauma e Nick che tenta di ricondurlo nell'ambito della razionalità. Prosegue e termina poi costringendo lo spettatore ad esercitare ai massimi livelli la cosiddetta sospensione dell'incredulità. Perché Clyde riesce a colpire i suoi bersagli in così vari e iperbolici modi che a quel punto ogni seppur lontana ipotesi di verosimiglianza viene miseramente a cadere. Tutto quello che nella prima parte poteva indicare una tensione verso il confronto cittadino/in-giustizia (vedi il titolo originale) viene abbandonato in favore di un luna park di soluzioni che neanche il più azzardato dei film di James Bond avrebbe osato mettere in campo. Ecco allora che lo spettatore smaliziato si ?trattiene' dinanzi allo schermo cercando di indovinare quale altro improbabile ma spettacolare strumento di morte verrà messo in funzione e in che modo. Quello più ?ingenuo' si diverte e può bastare.
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